La trilogia della città di K. di Agota Kristoff

Martedì 2 luglio la compagnia dei lettori si è riunita per parlare del libro “la trilogia della città di K.”.

LA NOSTRA OPINIONE

TITOLO: Trilogia della citta’ di K.

AUTORE: Agosta kristof

EDITORE: Einaudi

ANNO:

Il grande quaderno 1986 

La prova del 1988

La terza menzogna del 1991

TRAMA:

Quando “Il grande quaderno” apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Storia di formazione, la “Trilogia della città di K” ritrae un’epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.

LA NOSTRA OPINIONE:

La “trilogia della città di K.” di Agota Kristof è un libro che attrae, incuriosisce e che destabilizza a più riprese.
Un libro i cui temi principali sono: la solitudine e la sopravvivenza.
“E quando avrai troppa pena, troppo dolore, e se non ne vorrai parlare con nessuno, scrivi. Ti aiuterà..”
I due gemelli affronteranno per tutta la vita i fantasmi del passato, saranno incapaci d’amare e di essere felici, vivranno una condizione di miseria spirituale e di solitudine estrema, imparando a metabolizzare ulteriori lutti e infine perdendo probabilmente gradualmente il contatto con la realtà che li circonda. Si confondono realtà, immaginazione e credo anche malattia.

Nel terzo libro Agota Kristof confonde volutamente le carte, opera nel terzo libro una narrazione a ritroso, che con più salti ritorna all’infanzia dei gemelli, modificando però completamente la storia narrata nel primo libro.
L’effetto è molto destabilizzante per il lettore, che deve decidere qual è la realtà e quale la finzione.
Il narratore viola il patto con il lettore per condurlo su terreni instabili, diversi da quelli che lui si aspetta o conosce, per raccontargli una storia che è composta da molte storie insieme, una versione dei fatti plurima, dove i confini tra verità e menzogna diventano labili.
Un impianto narrativo ad effetto, studiato dal suo incipit alla sua conclusione, orchestrato con maestria stilistica, punteggiato da istantanee destinate ad imprimersi nella pupilla e nel cuore del lettore. Un vortice finale di speranza e disperazione avvinghiati e inseparabili.

CITAZIONI: 

Scriveremo: “Noi mangiamo molte noci”, e non: “Amiamo le noci” perché il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e obiettività. “Amare le noci” e “amare nostra Madre”, non può voler dir la stessa cosa. La prima formula designa un gusto gradevole in bocca, e la seconda un sentimento. Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti.
Le donne non sanno niente della guerra…
Non sanno niente? Coglione! Abbiamo tutto il lavoro, tutte le preoccupazioni: i bambini da sfamare, i feriti da curare. Voi, una volta finita la guerra siete tutti degli eroi. Morti: eroi. Sopravvissuti: eroi. Mutilati: eroi. È per questo che avete inventato la guerra, voi uomini. È la vostra guerra. L’avete voluta voi, fatela allora, eroi dei miei stivali!
Sono convinto Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ho fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia”
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